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Petrolio risale: brent oltre $95 dopo sequestro nave iraniana dagli USA

Brent risale a 95$ dopo sequestron nave iraniana

Bastano poche ore nel Golfo di Oman per mandare in tilt i mercati energetici globali. Il fine settimana ne è la prova: dopo che venerdì il Brent era crollato sotto i 90 dollari sull’onda dell’ottimismo per il cessate il fuoco, lunedì mattina il benchmark petrolifero internazionale si è ritrovato sopra i 95 dollari in poche ore di contrattazione.

Il West Texas Intermediate (WTI) ha fatto ancora di più, guadagnando circa il 7% e avvicinandosi agli 88 dollari al barile.

Cosa è successo? Semplice, nella sua drammaticità. La marina militare americana ha sequestrato una nave cargo battente bandiera iraniana nel Golfo di Oman, dopo aver ignorato ripetuti ordini di fermarsi mentre usciva dallo Stretto di Hormuz.

Il presidente Trump ha confermato l’episodio e ha alzato ulteriormente la posta: se Teheran non avesse rispettato i termini americani entro la scadenza del cessate il fuoco, gli USA sarebbero stati pronti a colpire ogni centrale elettrica e ogni ponte in Iran.

Nel frattempo, Teheran ha ristabilito il suo controllo sullo Stretto, accusando Washington di aver violato i termini dell’accordo.

Il risultato? Il mercato petrolifero ha fatto quello che fa sempre in questi momenti: ha prezzato la paura. E con lo Stretto di Hormuz nuovamente a rischio, quella paura vale decine di dollari al barile.

Perché lo stretto di Hormuz spaventa così tanto i ,ercati

Se ti sei mai chiesto perché bastano pochi messaggi su Telegram o Tweet di Trump per far schizzare il petrolio del 5-7%, la risposta ha un nome preciso: Stretto di Hormuz.

Un canale largo appena 33 chilometri nel suo punto più stretto, attraverso cui passano ogni giorno tra i 17 e i 20 milioni di barili di petrolio. Parliamo di circa il 20-21% dei consumi mondiali quotidiani di greggio. Una fetta enorme che non ha alternative logistiche immediate.

Chiudere o minacciare di chiudere quello Stretto significa tagliare fuori dal mercato globale i principali esportatori del Golfo, Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, Iraq, in pochi giorni.

E questo spiega perché ogni tensione nella regione si traduce immediatamente in movimenti violenti sui prezzi dell’energia.

La settimana dei prezzi: dal crollo del 10% al rimbalzo del 5%

La volatilità di questa settimana è stata da manuale. Venerdì, quando l’Iran aveva annunciato la riapertura completa dello Stretto al traffico commerciale durante il cessate il fuoco, il Brent aveva perso il 10% in poche ore, scendendo sotto i 90 dollari. Gli operatori avevano tirato un sospiro di sollievo.

Poi è arrivato il weekend, con il sequestro della nave e le nuove minacce di Trump, e lunedì mattina quei guadagni erano evaporati.

Il Brent era di nuovo sopra i 95 e, secondo alcune analisi, aveva buone probabilità di avvicinarsi ai 100 se la situazione si fosse deteriorata ulteriormente.

Ecco la situazione attuale:

BZ=F NYM
$106,25 USD
+0,53% oggi
Market Cap
—
Volume
15
P/E Ratio
—
Variazione
+$0,56
Oggi
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1A
+67,8%
1 Sett.
+8,5%
Andamento prezzo

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L’effetto sulla vita Reale: benzina, inflazione e tassi d’Interesse

Il caro-petrolio ha effetti concreti su famiglie e imprese. Negli USA il prezzo medio della benzina è già salito a 4,11 dollari al gallone, rispetto ai meno di 3 dollari pre-conflitto.

Un aumento che si è tradotto direttamente in un contributo significativo all’inflazione: il modello di nowcasting della Fed di Cleveland stima per aprile un tasso TTM al 3,58%, quasi il doppio del target ufficiale del 2%.

Per la Federal Reserve è un problema serio. Un’inflazione trainata dai prezzi energetici è difficile da combattere con i tassi d’interesse, non puoi alzare i tassi per abbassare il prezzo del petrolio.

Però, se il rialzo dell’energia si trasmette ai prezzi degli altri beni e servizi (la cosiddetta inflazione di seconda battuta), allora il FOMC potrebbe trovarsi costretto ad agire.

E questo peggiora le prospettive per i mercati azionari, già sotto pressione.

Mercati azionari in rosso: il petrolio pesa sui futures

La reazione di Wall Street lunedì mattina è stata coerente con il clima di incertezza. I futures sul Dow Jones cedevano lo 0,70%, quelli sull’S&P 500 lo 0,59% e il Nasdaq 100 lo 0,58%.

Un ritracciamento significativo rispetto ai massimi storici toccati la settimana precedente, quando l’ottimismo per il cessate il fuoco aveva spinto i principali indici ai record.

📊

Indici di Borsa USA

Dati in tempo reale
Nome Prezzo Var %
SP S&P 500 ^GSPC $7.805,45 ▼ -0,02%
NQ Nasdaq Composite ^IXIC $27.204,38 ▼ -0,15%
DJ Dow Jones ^DJI $51.670,10 ▼ -0,35%

Interessante notare come il settore energetico, teoricamente il principale beneficiario del rialzo del petrolio, abbia in realtà segnato una performance negativa nella giornata: il mercato sta prezzando il rischio che un’escalation prolungata possa alla fine danneggiare anche la domanda di energia, in uno scenario di rallentamento economico globale.

Fino a dove può salire il brent? Attenzione alle prossime settimane

Gli analisti sono concordi su una cosa: la volatilità rimarrà elevata finché la crisi USA-Iran non avrà una risoluzione chiara. In un scenario di escalation, nuovi scontri militari, blocco effettivo dello Stretto, il Brent potrebbe tranquillamente raggiungere e superare i 100 dollari al barile, soglia psicologica che avrebbe un effetto amplificatore sull’inflazione globale e sulla volatilità dei mercati.

In un scenario di de-escalation come ad esempio un nuovo cessate il fuoco, riapertura definitiva dello Stretto, il petrolio potrebbe rientrare nella fascia 85-90 dollari relativamente in fretta, come ha già dimostrato di saper fare venerdì scorso.

Ma la storia di questo conflitto ci insegna che ogni ottimismo finora è stato temporaneo.

Tieni d’occhio gli aggiornamenti diplomatici: nei prossimi giorni, il negoziato, o l’assenza di esso, determinerà se il petrolio punta ai 100 dollari o torna verso i 90.

Giuseppe Greco

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Giuseppe Greco