Dopo settimane di rialzi alimentati dal conflitto tra Stati Uniti e Iran, esploso il 28 febbraio scorso, il petrolio ha cambiato bruscamente direzione nella seduta del 1° aprile 2026.
Il Brent Crude con consegna a giugno è scivolato nell’area $101,74-101,98 al barile, perdendo oltre il 2%, mentre il WTI con scadenza maggio si è mosso tra $99,46 e $100,07 al barile, in flessione compresa tra -1,29% e -1,89%.
| Nome | Prezzo | Var % |
|---|---|---|
| Petrolio WTI CL=F | $100,05 | ▼ -2,37% |
| Petrolio Brent BZ=F | $104,61 | ▼ -2,81% |
Ancora più eloquente il fatto che, nel corso della giornata, il Brent abbia toccato brevemente quota $98, un livello che non si vedeva da giorni.
A far scattare le vendite ci hanno pensato le parole di Donald Trump, che ha annunciato il ritiro delle forze statunitensi dall’Iran entro “2-3 settimane”, aggiungendo: “We’ll be leaving very soon”.
Nessun accordo formale con Teheran: il presidente ha spiegato di aver già raggiunto l’obiettivo di impedire all’Iran di acquisire armi nucleari. Per le 21:00 ET è atteso un discorso alla nazione.
Non va dimenticato, però, il contesto da cui arriviamo. Solo a Marzo il Brent ha messo a segno un +63,3%, il maggiore incremento mensile dal 1988.
Il WTI, dal canto suo, ha guadagnato il +51,3% nello stesso arco di tempo. Il contratto maggio del WTI, chiuso martedì, si era attestato a $118,35 al barile (+5%). Intanto la media del prezzo della benzina negli Stati Uniti ha toccato i $4 al gallone, un livello che colpisce direttamente le tasche dei consumatori americani.
Insomma, se stai seguendo i mercati energetici, sappi che la volatilità non ha ancora esaurito la sua corsa.
Il crollo del petrolio: dati e cause
Quello di oggi rappresenta il primo vero storno dopo un mese di rialzi praticamente ininterrotti. Il motivo è piuttosto chiaro: i mercati hanno letto le dichiarazioni di Trump come il segnale di una de-escalation imminente.
Se il ritiro americano dovesse concretizzarsi, verrebbe meno uno dei principali fattori dietro al premio di rischio geopolitico che ha gonfiato le quotazioni del greggio nelle ultime settimane.
La cosa strana è che il mercato prezza un esito favorevole, mentre i fondamentali restano tutt’altro che solidi.
C’è poi l’avvertimento dell’IEA, difficile da ignorare: Aprile sarà due volte peggio di marzo per le forniture energetiche globali. Anche nello scenario più roseo di una rapida distensione, le infrastrutture logistiche, oleodotti, terminali, rotte navali, hanno bisogno di tempo per tornare a regime.
I rally di marzo hanno dimostrato con quanta violenza il mercato del petrolio si muova in condizioni di stress geopolitico; il ritorno alla normalità richiederà, con ogni probabilità, altrettanta pazienza.
Lo Stretto di Hormuz: il nodo irrisolto
Resta il punto più delicato di tutta la crisi: lo Stretto di Hormuz. Da questo corridoio marittimo passa circa il 20% dei flussi petroliferi mondiali, e il suo stato operativo è in grado, da solo, di dettare la direzione del mercato energetico globale.
Trump ha chiesto al Regno Unito e ad altri alleati di contribuire a “prendere” lo Stretto, una richiesta che ha suscitato più di qualche perplessità diplomatica.
Da parte iraniana, i toni non sono certo distensivi. Il parlamento di Teheran ha dichiarato che “lo Stretto riaprirà, ma non per voi”, un messaggio indirizzato senza mezzi termini agli Stati Uniti e ai loro alleati.
Ancora più inquietante: lo stesso parlamento ha approvato un piano per minare lo Stretto in caso di ulteriore escalation. La Guardia Rivoluzionaria iraniana, intanto, ha annunciato attacchi informatici contro 18 aziende americane, tra cui Google, Apple, Intel, Tesla e Boeing — portando il conflitto anche sul fronte cyber.
Qualche timido segnale di ripresa nel traffico navale dello Stretto si è visto a fine marzo, con circa 25 navi al giorno in transito; ma siamo ancora molto lontani dalla normalità.
Se hai esposizione al settore energetico o alle materie prime, questo è l’indicatore da tenere sotto osservazione costante: una qualsiasi interruzione improvvisa potrebbe rispedire il Brent sopra $110 nel giro di poche ore.
Le azioni energetiche sotto pressione
Il calo del greggio si è trasferito immediatamente sui titoli del comparto energetico. Il settore energetico dell’S&P 500 ha lasciato sul terreno il 3,9%, la peggior seduta da aprile 2025. Vediamo i nomi più colpiti.
| Nome | Prezzo | Var % |
|---|---|---|
| ExxonMobil XOM | $165,99 | ▲ +0,46% |
| OXY OXY | $61,46 | ▲ +0,49% |
| FANG FANG | $204,97 | ▼ -0,20% |
Exxon Mobil (XOM) ha ceduto il 5,31%, bruciando circa $36 miliardi di capitalizzazione in una sola giornata, il risultato peggiore dal 2008. Occidental Petroleum (OXY) ha perso il 5,05%, Diamondback Energy (FANG) il 4,64%. In forte calo anche EOG Resources, che ha chiuso a -3,62%.
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La logica di fondo è lineare: se la guerra si avvicina alla conclusione, il premio di rischio che aveva spinto in alto le quotazioni petrolifere viene smontato con la stessa velocità con cui era stato costruito.
Ma occhio a non trarre conclusioni affrettate: il ribasso dei titoli energetici potrebbe rivelarsi un’opportunità nel caso in cui il conflitto dovesse riacutizzarsi. In questa fase, l’incertezza domina su tutto il resto.
Prospettive: scenari per il mercato petrolifero
Guardiamo avanti. Il mercato del petrolio si confronta con tre scenari distinti. Il più favorevole prevede che il ritiro americano proceda senza intoppi, che l’Iran allenti la morsa sullo Stretto di Hormuz e che il Brent torni gradualmente nell’area $85-90 entro fine aprile.
È la prospettiva che i mercati stanno iniziando a incorporare nei prezzi, ma resta appesa a variabili che nessun trader può controllare.
Nel secondo scenario, il ritiro si incaglia. Trump ha rifiutato un accordo formale e l’assenza di un framework negoziale innalza il rischio di incidenti. Qui il petrolio potrebbe stabilizzarsi nell’area $100-110, con una volatilità giornaliera molto marcata.
Le dichiarazioni della Guardia Rivoluzionaria e il piano di minamento dello Stretto restano sul tavolo come fattori di rischio concreti.
Il terzo è quello che nessuno vuole vedere: un’escalation improvvisa, un attacco informatico su larga scala, un incidente navale nello Stretto, un fallimento del ritiro, capace di riportare il Brent verso i massimi di marzo e oltre.
Conclusioni
La seduta del 1° aprile 2026 potrebbe segnare un punto di svolta per il mercato petrolifero, ma parlare di fine della crisi sarebbe prematuro.
Il calo verso $100 riflette speranze di pace, non la pace stessa. Lo Stretto di Hormuz resta un nodo irrisolto, il parlamento iraniano non abbassa i toni e la Guardia Rivoluzionaria ha aperto un fronte cyber contro le principali aziende americane.
Se investi nel settore energetico fai attenzione ai prossimi giorni che potrebbero risultare molto controversi. Una cosa, in ogni caso, è certa: in un mercato dove a marzo il Brent è salito del 63% e oggi perde il 2%, la sola costante rimane la volatilità.
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